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Presentazione del Direttore

«L’uomo è designato a essere l’ascoltatore della parolache è il mondo.
Dev’essere anche colui che risponde.
Mediante lui, tutte le cose
devono tornare a Dio in
forma di risposta» (R. Guardini).

L'anno accademico che si apre, 2014-2015, ci fa salutare il nuovo Moderatore nella esimia persona di Sua Eccellenza Rev.ma Mons. Rosario Gisana e schiude la percezione, di chi è impegnato nel servizio della teologia, a nuovi stimoli che ci provengono dalle istanze della Conferenza Episcopale Italiana e  dal pontificato di Papa Francesco. Come ebbi a dire in un mio primo augurio al nostro Vescovo, Egli è per noi un dono nel dono, un dono non solo in riferimento al suo ministero episcopale ma anche per ciò che concerne la sua variegata preparazione accademica e il suo amore alle istituzioni che promuovono la cultura teologica.

Il prossimo Convegno Ecclesiale delle Chiese d'Italia si svolgerà a Firenze dal 9 al 13 novembre 2015 e avrà come tema:  “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”. L’espressione “nuovo umanesimo” può risultare di difficile comprensione e pone problemi di interpretazione. Si può infatti affermare che non c’è una sola definizione di “umanesimo”. Ordinariamente si conferisce ad esso il senso che deriva dalla sua nascita nei secoli XIV-XV, con il rinnovato interesse per gli studi classici (studia humanitatis). Il rimettere al centro l’uomo con il suo mondo, affievoliva l’impostazione teocentrica in teologia e apriva il divario tra scienze empiriche e del significato. Da queste nuove percezioni metodiche derivarono concezioni a volte contraddittorie dell’essere umano e del suo ruolo nel creato e nella storia; a tal punto da dover usare il plurale di “umanesimo”, diversi umanesimi rispondenti all’osservazione preferenziale di partenza. Altra interessante domanda e quella concernente il senso da dare all’aggettivazione “nuovo” umanesimo e ancora il precisare in quale modo può riferirsi e assumere significati in relazione a “Gesù Cristo”. Il Presidente del Comitato preparatorio del prossimo Convegno, Sua Eccellenza Mons. Cesare Nosiglia, nell’invito rivolto alle Chiese italiane introduceva così, tra l’altro, il tema:

«Un invito vuol essere anche un modo per condividere la bellezza dell’essere insieme, in un clima di semplicità, di accoglienza e di partecipazione, nella splendida cornice di una città che è simbolo della grandezza dell’uomo, quando si lascia illuminare da Dio. Un’atmosfera spirituale e culturale, quella della Città di Dante Alighieri, dalla quale a nostra volta vogliamo lasciarci ispirare per ripensare l’uomo di oggi. Attingendo alla tradizione vivente della fede cristiana intendiamo avviare una riflessione sull’umanesimo, su quel “di più” che rende l’uomo unico tra i viventi; su ciò che significa libertà in un contesto sfidato da mille possibilità; sul senso del limite e sul legame che ci rende quello che siamo».

Esplicitando i destinatari del Convegno afferma: «Destinatari di questo invito sono i Consigli presbiterali e pastorali delle Diocesi, le Facoltà teologiche e gli Istituti di scienze religiose, le Consulte dell’apostolato dei laici, le Associazioni e i Movimenti».

Per rispondere all’invito rivoltoci, per chiarire lo status quaestionis vogliamo avviare uno studio sull’uomo. Tra le altre iniziative segnalo il Seminario interdisciplinare di studio, organizzato dai  nostri docenti, che si terrà  presso la sede dell’Istituto Teologico “Mario Sturzo”; in un epoca, come la nostra, che è considerata da molti non più semplicemente umana, ma “post-umana”, o “trans-umana”, è necessario che l’umano gesuano e cristico sia riconsiderato come centro nevralgico da cui ripartire.

Papa Francesco, nell’intervista concessa al direttore di Civiltà Cattolica, parla della  Chiesa  come di “un ospedale da campo” e insiste sulla categoria “popolo di Dio”, fondamentale per poterla comprendere; tra l’altro afferma:

«L’immagine della Chiesa che mi piace è quella del santo popolo fedele di Dio. È la definizione che uso spesso, ed è poi quella della Lumen gentium al numero 12. L’appartenenza a un popolo ha un forte valore teologico: Dio nella storia della salvezza ha salvato un popolo. Non c’è identità piena senza appartenenza a un popolo. Nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae considerando la complessa trama di relazioni interpersonali che si realizzano nella comunità umana. Dio entra in questa dinamica popolare».

Attento alla dimensione personalistica, ed insieme comunitaria e storica dell’accadimento ecclesiale, di cui ha una esperienza personale ed evangelica, il papa precisa che cosa egli intende quando si parla di Chiesa:

«Il popolo è soggetto. E la Chiesa è il popolo di Dio in cammino nella storia, con gioie e dolori. Sentire cum Ecclesia dunque per me è essere in questo popolo. E l’insieme dei fedeli è infallibile nel credere, e manifesta questa sua infallibilitas in credendo mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo che cammina».

Le affermazioni di Francesco, sembrano segnare l’ingresso in una nuova fase del post-concilio. Nonostante la recente  “celebrazione” anniversaria del Concilio Ecumenico Vaticano II  e il chiedersi quali siano state le ricezioni del medesimo, si deve costatare una certa stagnazione e banalizzazione del medesimo. Il dinamismo innescato dal Vaticano II si estingue progressivamente provocando la scomparsa quasi permanente di temi centrali alla sua ecclesiologia, come quello di popolo. Tuttavia bisogna affermare che l’espressione “popolo di Dio” non è una delle tante espressioni usate dal Concilio per designare la Chiesa quanto, invece, un concetto portante del suo insegnamento magisteriale in particolare nella Lumen gentium; è intorno ad essa che ruotano le altre immagini.

A partire dal Sinodo del 1985 si slitta, in maniera graduale, dalla ecclesiologia del popolo di Dio alla ecclesiologia di comunione (gli Orientamenti pastorali della CEI si possono così elencare: Evangelizzazione e sacramenti per il primo decennio -gli anni Settanta-, quindi Comunione e comunità -gli anni Ottanta-, Evangelizzazione e testimonianza della carità -gli anni Novanta-, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia -2000-2010-, ed Educare alla vita buona del Vangelo per il decennio in corso.); da una dimensione comunitaria e storica a una più astratta e “introversa”. La categoria “popolo di Dio”, percepita forse come troppo “materiale”, era andata in disuso dal IV secolo in poi per diversi motivi; la traduzione di laós toû theoû (popolo di Dio) con plebs o turba fidelium a partire da Tertulliano, declassava il significato originario e di natura teologica nella prima concezione giuridico-legale della Chiesa, aprendo il divario tra l’ordo e la plebs,  tra i ministri ordinati e la “plebe”, riscontrato poi, in epoca moderna, da Rosmini tra le cinque piaghe della Chiesa. Tale passaggio, che  aveva la sua prima battuta nell’ambito liturgico, non mancò, ben presto, di  ricadere in una percezione della stessa teologia della Chiesa e del suo agire pastorale. Il Concilio Vaticano II, riscoprendo la ricchezza biblica e la pregnanza del significato di laós toû theoû, intende definire non solo una immagine della Chiesa, ma la realtà misterica e storicizzata di essa. Qualcosa è successo, e non è questa la sede più adatta per dire cosa, ma negli ultimi decenni la percezione della Chiesa quale popolo di Dio si è fatta sempre più evanescente fino quasi a scomparire, ritornando su tematiche più riducibili a percezioni del passato, preferendo il tema del Corpo mistico e insistendo sulla dimensione del Cristo capo, tematiche che riportano alla Mistici Corporis. Sembra esserci un ritorno ad una teologia pre-conciliare in questa preferenziale accentuazione. Certamente l’immagine della Chiesa quale corpo di Cristo non è disconosciuta dall’insegnamento conciliare, non solo perché solidamente neotestamentaria, ma anche e soprattutto perché complementare, e non alternativa, alla comprensione della Chiesa come popolo di Dio.  Il modo di parlare, ma anche di operare, di papa Bergoglio indica un ritorno alla teologia del popolo di Dio. Ricordo, con commozione, il chiedere “al suo popolo”, appena eletto, di pregare  “per” lui… il vescovo e il suo popolo insieme. Tale ritorno, tuttavia, non è nella linea di un ripensamento critico-teologico del pensiero conciliare, con rimandi e citazioni ad esso, quanto, invece, nella linea di una assimilazione sapienziale ed esperienziale, che rilancia la comprensione dello stesso Concilio nella particolare realtà dell’oggi.

Potrebbe sembrare che la prospettiva aperta del Vescovo di Roma tralasci elementi fondamentali della riflessione sul mistero della Chiesa e sul versante dell’approfondimento teologico e, tuttavia, al contrario, si afferma qualcosa che invece era forse sfuggito; non ci può essere nessun “atto secondo” senza un “atto primo”. Non ci può essere riflessione credente senza una vita di fede. Con forza persuasiva, Francesco ci porta a riflettere sul primato della qualità della vita cristiana e di come questa deve confrontarsi non solo con le tematiche desunte dai trattati di teologia, ma soprattutto con il Dio vivo e vero, presente nella storia e nelle “storie” dei singoli discepoli di Cristo. Bisogna riscoprire la fede cristiana come annuncio ed esperienza di un grande dono che illumina il cammino dell’uomo. Alcune parole del Papa, nell’esortazione Evangelii Gaudium, ripresentano l’incarnazione di quella transizione verso una “Chiesa-mondo”, annunciata dal teologo gesuita Karl Rahner alla fine del Concilio Vaticano II, che supera una visione di “Chiesa sul mondo”.

«È vero che, nel nostro rapporto con il mondo, siamo invitati a dare ragione della nostra speranza, ma non come nemici che puntano il dito e condannano. Siamo molto chiaramente avvertiti: «sia fatto con dolcezza e rispetto» (1 Pt 3,16), e «se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti» (Rm 12,18). Siamo anche esortati a cercare di vincere «il male con il bene» (Rm 12,21), senza stancarci di «fare il bene» (Gal 6,9) e senza pretendere di apparire superiori ma considerando «gli altri superiori a se stesso» (Fil 2,3). Di fatto gli Apostoli del Signore godevano «il favore di tutto il popolo» (At 2,47; cfr 4,21.33; 5,13). Resta chiaro che Gesù Cristo non ci vuole come principi che guardano in modo sprezzante, ma come uomini e donne del popolo. Questa non è l'opinione di un Papa, né un'opzione pastorale tra altre possibili; sono indicazioni della Parola di Dio così chiare, dirette ed evidenti che non hanno bisogno di interpretazioni che toglierebbero ad esse forza interpellante. Viviamole "sine glossa", senza commenti. In tal modo sperimenteremo la gioia missionaria di condividere la vita con il popolo fedele a Dio cercando di accendere il fuoco nel cuore del mondo». (EG 271)

Questi brevi accenni agli stimoli della CEI e all’insegnamento di Papa Francesco - che certamente meritano una più ampia conoscenza - ci siano di guida per un profondo ripensamento di tutte le discipline accademiche e ci insegnino lo stile ecclesiale della gioia. A tutti i docenti, ufficiali, personale di segreteria e biblioteca, e in particolar modo agli alunni auguro un anno proficuo e fraterno.

Il Direttore
Don Pasquale Bellanti

 

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